martedì 8 luglio 2008

Firenzuola - Venaus le ragioni della resistenza

Nello scorso mese di novembre è arrivata al presidio notav di Venaus Francesca Tagliaferri di Firenzuola, è arrivata a cavallo percorrendo la via francigena. Riporto una parte (quasi tutto .. non ho resistito) di quanto pubblicato da “Sarà Dura” maggio/giugno 2008.

Ho conosciuto il popolo No Tav dalle cronache dei giornali, attraverso internet, dalla tv e dai racconti di amici che ne avevano condiviso le lotte. L’ho sperimentato sulla pelle e nel cuore, lo scorso novembre, al presidio di Venaus e mi sono accorta subito che quella gente, con la sua protesta, aveva qualcosa di speciale. Mi hanno chiesto da dove arrivassi. “Vengo dal Mugello, dall’alto Mugello, da Fiorenzuola per dirla tutta” ho risposto. Nessuno, di solito, in giro per l’Italia conosce questo paesino perso fra le montagne dell’appennino tosco-romagnolo, ma a Venaus tutti conoscevano Firenzuola, non per la bellezza dei suoi luoghi, ma perché lì da dieci anni Cavet scava gallerie per far passare il treno ad alta velocità o capacità, che dir si voglia, la sostanza non cambia. Proprio lo stesso treno ad alta velocità o capacità che vogliono fare passare tra le montagne della val di Susa. Ho cominciato a raccontare in giro per la Valle la mia storia e con essa la storia della mia terra, quella terra verde e selvaggia che per prima ha conosciuto le ferite del “progresso”. Sono cresciuta con la Tav sotto casa, così definisco in poche parole la mia esperienza, fatta per lo più di sconfitte e bocconi amari. I lavori iniziarono quando avevo 16 anni: vidi cose che non avrei mai voluto vedere, capii cos’erano i “poteri forti” e la loro arroganza quando ancora non sapevo nulla di politica e di politici. Il sistema alta velocità mi ha insegnato molto, mi ha fatto capire come la democrazia sia solo una parola priva di significato davanti al denaro, mi ha spiegato con violenza cos’è per certa classe dirigente il “progresso” ed ho capito come si può ingannare un’intera popolazione senza pagare alcun prezzo per questo. Ho toccato con mano, nel vero senso della parola, il fango delle gallerie stratificato sul fondo del Santerno. Ho visto sparire sorgenti e interi corsi d’acqua, senza che nessuno dei nostri amministratori si scandalizzasse o mostrasse il minimo segno di disappunto. In un certo senso devo ringraziare Cavet perché mi ha aperto gli occhi su come in Italia funzionano i lavori pubblici, le cosiddette “grandi opere”. Grazie per avermi fatto capire come si possono far lievitare i costi dei lavori fino al 400 per cento e come sia facile ignorare tutte le regole di trasparenza che dovrebbero essere alla base della gestione pubblica. Ancora grazie per aver dimostrato come in poco tempo si può distruggere quanto la Terra ha creato in milioni di anni. Nelle assemblee dei presidi notav della val susa ho incontrato persone che conoscevano anche meglio di me le ragioni del “no” . La loro consapevolezza, la voglia di essere preparati e protagonisti della vita e delle scelte della comunità mi hanno ridato la speranza che ancora qualcosa si può fare contro l’arroganza e contro la prevaricazione della casta politica e del denaro. Il linguaggio nuovo di una resistenza colorata, allegra, danzante, fatta di individui di ogni età, estrazione politica e culturale insegna che di fronte all’ingiustizia ci sono persone ancora in grado di dire “no” e di lottare per i propri diritti. In questi mesi mi sono sentita più di una volta valsusina, perché la resistenza di questa valle è diventata anche la mia resistenza e penso che dovrebbe diventare la resistenza di tutti coloro che credono in un altro mondo possibile. In val di Susa non si parla solo di Tav, ma si pensa e si gettano le basi per costruire una società diversa, nella quale la condivisione e la discussione sono il sale della democrazia partecipata e le popolazioni cercano e sperimentano strumenti nuovi per decidere e scrivere la loro storia.
In Mugello non è andata così. Purtroppo ancora oggi ne paghiamo le conseguenze. Un territorio frammentato con una densità di popolazione bassissima hanno contribuito in maniera determinante ad impedire la formazione di un movimento unito e compatto contro il Tav. Eravamo in pochi ieri e siamo ancora meno oggi a contestare le scelte funeste di un’intera classe politica che prima ha detto “no” e pochi mesi dopo aver intascato il risultato elettorale ha ignorato il mandato degli elettori, dando di fatto il benestare all’inizio dei lavori. Così è nata l’idea del viaggio, l’idea di un confronto con una realtà molto diversa, dove la divisione e l’inconsapevolezza della popolazione ha permesso a Cavet di fare ciò che ha voluto. Da Venaus a Fiorenzuola. Il pensiero va a Piercarlo che ha vissuto per anni col fango schizzato fino al primo piano della sua abitazione dal passaggio dei camion e con la polvere che rendeva irrespirabile l’aria. La sua colpa? Quella di vivere sulla strada, davanti al cantiere, proprio sopra la galleria. La sua casa è stata danneggiata dalle vibrazioni provocate dalle esplosioni delle mine, ora è riempita di crepe. La sua vita e quella della sua famiglia sono state stravolte per anni. Alcuni hanno sentito raccontare la sua esperienza con la forza delle sue parole: la rabbia e l’impotenza, l’assoluta assenza di un’istituzione pubblica a salvaguardare i suoi diritti di cittadino. Penso a Santina, ai racconti delle notti passate in bianco a causa delle mine fatte brillare ad ogni ora; nessuno le aveva detto che il Tav era anche questo. Nessuno le ha chiesto scusa per le notti in bianco, per avere turbato la quiete di un borgo antico, per avere ignorato le sue esigenze, per avere calpestato i suoi diritti. Poi, ancora, Sergio. Un uomo, una famiglia intera che hanno visto stravolta la loro vita dai lavori per il treno ad alta velocità. Hanno vissuto con un’enorme ventola di areazione poco distante da casa, un rumore continuo, ossessionante, che li ha accompagnati per anni. La sua azienda agricola biologica ha subito ingenti danni, le sorgenti che servivano per irrigare il suo pometo si sono seccate e una parte del frutteto è franata a seguito dei lavori.
Tanti i momenti passati ai presidi no tav valsusini, serate passate insieme cantando canzoni popolari e confrontandoci sulle nostre esperienze. Questo, più che un racconto di un viaggio, è il tentativo di tracciare un percorso, personale e collettivo, che ha coinvolto tutta la mia persona e che ha influenzato la mia vita nelle scelte piccole e grandi. Grazie ancora, grazie di resistere.

2 commenti:

RadioLondra2000 ha detto...

se posso, consiglio di leggere il bellissimo post di Padre Beppe Giunti,NOTAVvista attivista e convinto (nonchè nostro padre spirituale...) sul suo sito al seguente indirizzo: http://www.fratemobile.net/?p=145
l'ingnoranza e la mistificazione sono davvero i mali peggiori della nostra società.

minu ha detto...

grazie radiolondra, sono andata subito a leggermi il post di don Beppe. C'ero anche io in marcia da Bussoleno a Susa. Il tam tam che si passava dalla testa del corteo alla coda era nn accettiamo provocazioni, siamo un popolo civile, la nostra è una lotta pacifica. Nessuna spranga. Nessuna spranga è stata usata neanche l'8 dicembre. Il popolo ha riconquistato Venaus marciando, scendendo giù dai sentieri. Io c'ero, chi ha scritto quelle fesserie non c'era. La redazione del "Il Giornale" citato da don Beppe chiedeva a chi si occupa dell'archivio fotografico di trovare foto di notav in atteggiamento provocatorio, ribelle. Il tentativo era ed è quello di presentare i notav come un popolo di trogloditi, ribelli. Per dovere di cronaca, nessuna foto compromettente è stata trovata, ma gli articoli denigranti erano già pronti ancora prima della marcia.